Cass. civ., Sezioni Unite, 29 ottobre 2026, n. 28087

1. La vicenda giudiziaria

La controversia decisa dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 28087/2026 trae origine dall’azione inibitoria collettiva proposta, ai sensi dell’art. 840-sexiesdecies c.p.c., da alcuni cittadini residenti in Taranto nei confronti di ILVA S.p.A., al fine di ottenere la cessazione delle condotte produttive ritenute pregiudizievoli per la salute della popolazione residente nei pressi dello stabilimento produttivo.

Il Tribunale di Milano aveva accertato la persistente pericolosità dello stabilimento e disposto la sospensione dell’attività produttiva della c.d. “area a caldo”, previa disapplicazione di alcune prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) del 2025.

La Corte d’appello di Milano aveva confermato la misura inibitoria, rafforzandone ulteriormente le motivazioni: secondo il giudice del reclamo, la sospensione risultava giustificata da due autonome ragioni, rappresentate dalla persistente presenza di amianto negli impianti e dalle emissioni di polveri sottili eccedenti il limite massimo consentito. La Corte territoriale aveva pertanto ordinato la sospensione dell’attività produttiva della c.d. “area a caldo”, assegnando novanta giorni per il completamento delle relative operazioni.

Le Sezioni Unite hanno rigettato i ricorsi proposti dalle società, confermando la legittimità della tutela inibitoria accordata ai cittadini.

2. I temi affrontati

La Corte, innanzi tutto, ha precisato che il contrasto tra le posizioni di cui sono portatrici le parti del giudizio non deve essere ricostruito in termini di contrapposizione tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Quest’ultimo, infatti, non può essere concepito come diritto alla conservazione di un’occupazione esercitata in condizioni di pericolo per l’integrità fisica dei lavoratori e della popolazione. Al contrario, il diritto al lavoro che l’ordinamento promuove, secondo la Cassazione, è un diritto al lavoro svolto in condizioni salubri e sicure; ne deriva che il vero bilanciamento da realizzare è tra la libertà di iniziativa economica privata e il rispetto dell’utilità sociale e dei diritti fondamentali della persona, così come già espresso nella attuale formulazione dell’art. 41 della Costituzione. Più in particolare, la Corte ha osservato che “a ben vedere, diritto alla vita e alla salute (oltre che all’ambiente sano) e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, poiché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose: il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro, non già sottoposto a condizioni inaccettabili per salvaguardarne il mantenimento, che va tuttavia sostenuto e perseguito con appropriate politiche economico-sociali (p. 11 della sentenza)”.

Viene inoltre chiarito che il rilievo strategico dello stabilimento produttivo e le esigenze di salvaguardia occupazionale non possono comportare una sostanziale immunità dell’impresa dalle conseguenze giuridiche delle proprie attività potenzialmente dannose. In altri termini, l’esercizio di un’attività economica, pur socialmente rilevante e amministrativamente autorizzata, non esclude l’operatività degli strumenti predisposti dall’ordinamento per la protezione dei diritti soggettivi dei terzi. Pertanto, afferma la Corte, il diritto alla salute rappresenta un limite sostanziale all’esercizio dell’attività industriale, la cui tutela non può essere subordinata all’esigenza di garantire la continuità della produzione.

3. La tutela inibitoria collettiva e la sua autonomia rispetto al risarcimento del danno

Il profilo di maggiore interesse della pronuncia che qui si commenta si può individuare nella ricostruzione della natura e della funzione dell’azione inibitoria collettiva disciplinata dall’art. 840-sexiesdecies c.p.c.

Le Sezioni Unite hanno chiarito che tale strumento appartiene al sistema delle tutele preventive, essendo destinato a impedire la produzione o la reiterazione di comportamenti suscettibili di arrecare pregiudizio a una pluralità di soggetti, così distinguendosi, pertanto, dalla funzione precipua dell’azione risarcitoria. Infatti, mentre quest’ultima presuppone, secondo le regole proprie della responsabilità civile, l’accertamento di un danno risarcibile e del relativo nesso causale, l’azione inibitoria interviene in una fase anteriore, cioè quando l’interesse protetto risulti esposto a un pericolo concreto di lesione. Nello specifico, la Corte ha osservato che tale tipo di tutela “appartiene al genus degli istituti di tutela preventiva e immediata, volti a impedire la lesione irreversibile di beni come la vita, la salute, l’ambiente salubre e altri diritti della personalità, mediante l’ordine di astensione o di cessazione da comportamenti e condotte anche solo potenzialmente dannosi.» (p. 32 della sentenza).

Il sistema della responsabilità civile, rilevano le Sezioni Unite, non può essere ricondotto esclusivamente alla riparazione economica di un pregiudizio già verificatosi; e ciò perché, accanto alla tutela per equivalente, l’ordinamento conosce strumenti volti a impedire, in via preliminare, la lesione stessa del diritto, soprattutto quando essa riguardi interessi difficilmente reintegrabili mediante una successiva attribuzione patrimoniale. In tal modo, la Corte ha valorizzato l’esigenza di evitare che la protezione della persona intervenga soltanto quando la compromissione della salute si sia ormai concretizzata. Testualmente, la Corte ha osservato che: «La norma ha quindi allestito, innovativamente, una tutela diretta (non meramente conservativa) e immediata (non soltanto anticipatoria)» (p. 33 della sentenza).

Tuttavia, la questione più delicata affrontata e risolta dalla sentenza riguarda l’accertamento del pericolo per la salute derivante dall’attività industriale. Al riguardo, le Sezioni Unite hanno confermato la valutazione della Corte d’appello di Milano, che aveva ritenuto la persistente presenza di amianto negli impianti idonea a giustificare la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo. Secondo la ricostruzione della Cassazione, l’AIA (acronimo di Autorizzazione Integrata Ambientale) del 2017 aveva previsto la rimozione dell’amianto secondo un programma da completare entro il 23 agosto 2023. L’autorizzazione del 2025 aveva invece sostanzialmente consentito la prosecuzione dell’attività senza subordinare il funzionamento degli impianti alla completa rimozione del materiale, determinando, di fatto, un’ulteriore dilazione degli interventi.

Le Sezioni Unite hanno osservato che l’accertamento del pericolo deve essere condotto alla luce della specifica funzione dell’azione inibitoria, che non richiede la dimostrazione di un danno già verificatosi. Il giudice può dunque fondare la propria valutazione su dati scientifici, risultanze tecniche e presunzioni semplici, come espressamente previsto dall’art. 840-sexiesdecies, quinto comma, c.p.c. L’azione inibitoria presuppone, pertanto, un giudizio probabilistico sulla concreta idoneità della condotta a compromettere gli interessi protetti. E ciò perché tale accertamento deve essere condotto in conformità al principio di precauzione, sancito dall’art. 191 TFUE e richiamato dall’art. 301 del d.lgs. n. 152/2006. Di particolare interesse è l’affermazione del principio per cui l’incertezza scientifica circa l’esatta misura del rischio non può giustificare l’inerzia delle autorità o il differimento delle misure necessarie alla protezione della salute. In termini letterali, la Corte ha osservato che “come noto, il principio di precauzione (che rappresenta un’articolazione operativa del principio di prevenzione) risponde ad un approccio alla gestione del rischio in base al quale, qualora sia anche semplicemente possibile che una determinata politica o azione possa arrecare danno ai cittadini o all’ambiente, ma non vi sia ancora un consenso scientifico su di essa, quella politica o quell’azione non dovrebbe essere perseguita. Ciò significa che in caso di pericoli – anche solo potenziali – per la salute umana o per l'ambiente, deve essere garantito un alto livello di protezione.» (p. 63 della sentenza).

Ne deriva che la tutela preventiva può essere attivata, dunque, anche quando non sia possibile dimostrare con assoluta certezza che una determinata esposizione produrrà una specifica patologia poiché ciò che rileva è l’esistenza di elementi scientificamente fondati che consentano di individuare un pericolo serio e attuale per la salute.

Ha quindi rilevato la Corte che “l’art. 840-sexiesdecies c.p.c. non è finalizzato ad accertare responsabilità e risarcire danni, ma soltanto ad inibire condotte che possano arrecare un pregiudizio a una pluralità di individui, fornendo una forma di tutela anticipata ma limitata, di tipo prevalentemente preventivo” (p. 62 della sentenza). Ne consegue che la prova del rischio può essere raggiunta mediante un ragionamento probabilistico e presuntivo fondato su elementi scientifici e statistici, senza che sia necessario identificare un singolo soggetto già danneggiato o dimostrare l’insorgenza di una determinata patologia.

Diversi, invece, come è noto, sono i presupposti dell’azione risarcitoria.

Qualora si agisca per ottenere il risarcimento di un danno biologico o di un altro pregiudizio individuale derivante dalle emissioni industriali, sarà necessario verificare la sussistenza dei presupposti della responsabilità civile, compreso il rapporto causale tra l’esposizione e la specifica conseguenza dannosa dedotta in giudizio. In altri termini, l’accertamento della pericolosità dello stabilimento, se è rilevante ai fini della tutela inibitoria preventiva, non implica, per ciò solo, la dimostrazione del nesso causale in ogni successivo giudizio risarcitorio. Detto ancora diversamente, il giudizio sull’idoneità di una condotta a produrre danni e quello sull’effettiva produzione di un determinato danno individuale rispondono a finalità differenti e richiedono accertamenti non sovrapponibili.

4. Brevi considerazioni conclusive

In primo luogo, le Sezioni Unite riaffermano il principio della piena giustiziabilità, davanti al giudice ordinario, dei diritti alla salute e all’integrità personale compromessi o minacciati dalle attività industriali.

In secondo luogo, riconoscono che la tutela inibitoria e risarcitoria dei diritti fondamentali lesi o minacciati da attività industriali appartiene alla giurisdizione ordinaria, anche quando tali attività siano autorizzate dalla pubblica amministrazione, potendo il giudice civile disapplicare incidentalmente il provvedimento autorizzativo illegittimo, senza invadere la sfera di competenza dell’autorità amministrativa.

In terzo luogo, attribuiscono un ruolo significativo alle risultanze scientifiche, epidemiologiche e statistiche nell’accertamento della pericolosità delle condotte, senza subordinare necessariamente la tutela preventiva alla dimostrazione di un pregiudizio individuale già concretamente verificatosi.

Per concludere, la pronuncia desta interesse in quanto afferma che la protezione dei diritti fondamentali può richiedere un intervento giudiziale anticipato rispetto alla verificazione del danno. Emerge dunque che il diritto civile non interviene soltanto per compensare le conseguenze economiche di una lesione ormai prodottasi, ma anche per impedire che condotte industriali pericolose possano determinare pregiudizi gravi o irreversibili.

Con l’ordinanza n. 24278/2026, la Cassazione ha affrontato nuovamente il tema delle conseguenze derivanti dall’omessa notificazione all’appellato, nel rito del lavoro, del decreto di fissazione dell’udienza unitamente al ricorso in appello, ribadendo il carattere insanabile di tale omissione e la conseguente improcedibilità dell’impugnazione.

La vicenda

Una professionista aveva proposto opposizione avverso un avviso di addebito dell’INPS, contestando tanto la sussistenza dei presupposti per la propria iscrizione alla Gestione separata quanto all’intervenuta prescrizione della pretesa contributiva. Il Tribunale aveva accolto il ricorso, dichiarando prescritto il credito dell’Istituto.

L’INPS aveva quindi proposto appello. La lavoratrice, costituitasi nel giudizio di secondo grado, ne aveva eccepito preliminarmente l’improcedibilità, poiché l’Istituto aveva notificato il ricorso in appello senza il decreto di fissazione dell’udienza di discussione. La Corte d’appello aveva tuttavia disatteso l’eccezione e, decidendo nel merito, aveva accolto l’impugnazione dell’INPS e respinto l’originaria opposizione.

La decisione della Suprema Corte

La Cassazione, investita della questione, ha ritenuto fondata la censura della ricorrente, richiamando il proprio consolidato orientamento secondo cui, nel giudizio di appello soggetto al rito del lavoro, la rituale instaurazione del contraddittorio richiede necessariamente la notificazione sia del ricorso sia del decreto con il quale viene fissata l’udienza di discussione.

In particolare, la Cassazione ha precisato che “per la rituale instaurazione del contraddittorio sia necessario notificare l’atto d’appello e il decreto di fissazione dell’udienza, entrambi gli atti cioè”, con il corollario per cui, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, non può considerarsi sufficiente la notificazione del solo ricorso in appello.

L’omissione assume particolare rilievo proprio in ragione della struttura del rito del lavoro, nel quale il ricorso introduttivo dell’appello viene dapprima depositato e soltanto successivamente, una volta emesso il decreto presidenziale, deve essere notificato alla controparte unitamente a quest’ultimo.

La Corte si è quindi soffermata sulle conseguenze dell’omissione, ribadendo che il vizio della notificazione omessa o inesistente, nel giudizio di appello soggetto al rito del lavoro, è assolutamente insanabile.

Richiamando Cass. n. 20613/2013, l’ordinanza ha affermato che tale vizio “determina la decadenza dalla attività processuale cui l’atto è finalizzato”, con conseguente chiusura in rito del processo mediante declaratoria di improcedibilità. In una simile ipotesi non è consentito al giudice assegnare all’appellante un nuovo termine per procedere alla notificazione, poiché ciò significherebbe consentire la rinnovazione non già di un atto viziato, bensì di “un atto mai compiuto o giuridicamente inesistente”.

La Cassazione ha altresì chiarito il motivo del maggior rigore che caratterizza il regime dell’appello rispetto al giudizio di primo grado. Mentre in primo grado la notificazione del ricorso assolve essenzialmente alla funzione di instaurare il contraddittorio, in appello viene in rilievo anche l’esigenza di tutelare la posizione della parte che abbia già ottenuto una decisione favorevole. L’omessa notificazione del ricorso e del decreto, infatti, “lede la legittima aspettativa della controparte al consolidamento, entro un termine predefinito e ragionevolmente breve, di un provvedimento giudiziario già emesso”. Proprio tale esigenza impedisce di consentire all’appellante di rimediare successivamente all’inerzia verificatasi nella fase di instaurazione del gravame.

Particolarmente significativa, sul piano pratico, è l’ulteriore precisazione secondo cui l’improcedibilità non viene meno neppure qualora l’appellato si sia comunque costituito nel giudizio. La Suprema Corte, pertanto, ha escluso espressamente che si possa “ipotizzare la sanatoria attraverso la costituzione dell’appellato”, richiamando sul punto un orientamento consolidato, formatosi sulla scia delle Sezioni Unite n. 26604/2008. E ciò perché, una volta verificatasi la decadenza dall’attività processuale, si è già prodotto il consolidamento della decisione impugnata. La successiva costituzione dell’appellato non può dunque far rivivere un’impugnazione divenuta improcedibile, “proprio perché si era già perfezionata la formazione del giudicato, che come tale risulta intangibile”.

Nel caso concreto, peraltro, la lavoratrice si era costituita proprio per eccepire preliminarmente l’improcedibilità dell’appello, sicché la sua partecipazione al giudizio non poteva in alcun modo essere interpretata quale elemento idoneo a sanare l’omissione dell’INPS.

Pertanto, accertato che la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare improcedibile l’appello dell’INPS, la Cassazione ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata con il conseguente passaggio in giudicato della sentenza di primo grado pronunciata tra le parti.

Con la pronuncia che qui si è brevemente commentata, dunque, ha trovato conferma un orientamento particolarmente rigoroso in materia di appello nel rito del lavoro: la notificazione del solo ricorso, senza il decreto di fissazione dell’udienza, non costituisce una mera irregolarità suscettibile di sanatoria, ma determina l’improcedibilità dell’impugnazione. Né la costituzione dell’appellato, né l’assegnazione giudiziale di un nuovo termine, possono rimediare all’omissione, essendosi ormai definitivamente consolidata la decisione di primo grado.

Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione si è occupata nuovamente della responsabilità sanitaria da errore diagnostico prenatale, ribadendo i principi già affermati dalle Sezioni Unite in materia di “nascita indesiderata” e precisando i limiti della prova presuntiva della volontà della partoriente di interrompere la gravidanza.

Il caso

La vicenda trae origine da un errore diagnostico verificatosi nel 1999. La partoriente, già madre di due figli e portatrice del rischio genetico di trasmettere la sindrome dell’X fragile, si era sottoposta ad uno specifico test, il cui esito aveva erroneamente escluso la presenza della patologia. Solo successivamente, a seguito dell’insorgenza di gravi disturbi dello sviluppo del figlio e di nuovi accertamenti medici, emerse l’erroneità della diagnosi e la responsabilità della struttura sanitaria.

I genitori hanno quindi agito per ottenere il risarcimento del danno da privazione della facoltà di compiere una scelta consapevole ed informata, sostenendo che, ove correttamente informata, la madre avrebbe abortito.

Definitivamente accertato l’errore diagnostico della struttura sanitaria, il Tribunale e la Corte d’appello hanno rigettato la domanda risarcitoria per mancanza della prova circa la volontà della donna di ricorrere all’interruzione della gravidanza in caso di diagnosi corretta, decisione poi confermata dalla Cassazione.

La decisione della Corte

Al riguardo, la Corte ha richiamato il consolidato orientamento inaugurato dalle Sezioni Unite n. 25767/2015, secondo cui il diritto al risarcimento per perdita della possibilità di esercitare una scelta consapevole sull’interruzione della gravidanza presuppone che l’attore abbia dimostrato, anche mediante presunzioni, che, ove tempestivamente informato della patologia del nascituro, avrebbe effettivamente scelto di interrompere la gravidanza.

Il punto nodale della decisione riguarda proprio l’applicazione di tale criterio probatorio.

Secondo i ricorrenti, infatti, la volontà di abortire si sarebbe dovuta desumere dal fatto che la donna avesse spontaneamente richiesto un test genetico estremamente specifico, proprio perché consapevole di esser portatrice sana e del conseguente, elevato rischio di trasmissione della mutazione. La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto che tale circostanza di fatto, isolatamente considerata, non possedesse i requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dagli artt. 2727 e 2729 c.c.

La sottoposizione al test genetico, infatti, secondo la Cassazione, può essere interpretata in almeno due modi logicamente compatibili, ma antitetici: da un lato, come manifestazione della volontà di interrompere la gravidanza in caso di esito positivo; dall’altro, più semplicemente, come espressione del desiderio della futura madre di affrontare con maggiore serenità la gravidanza, confidando nell’esito negativo dell’accertamento. In assenza di ulteriori elementi indiziari, il ragionamento presuntivo non ha consentito di affermare con sufficiente certezza quale delle due ricostruzioni corrispondesse all’effettiva volontà della donna.

La Cassazione, inoltre, ha sottolineato come la valutazione circa l’idoneità degli indizi a fondare una presunzione costituisca un tipico apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito e non sia censurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione logica e giuridicamente corretta. E ciò perché , come è noto, il ricorso per cassazione non può trasformarsi in una richiesta di riesame del materiale probatorio.

La sentenza ha affrontato e risolto anche un ulteriore profilo di particolare rilievo, chiarendo che la dimostrazione della volontà di interrompere la gravidanza non esaurisce l’onere probatorio gravante sulla parte attrice.

Infatti, nel caso in cui l’interruzione della gravidanza dovesse avvenire oltre il novantesimo giorno, devono essere allegati e provati anche i presupposti previsti dagli artt. 4 e 6 della legge n. 194 del 1978, vale a dire la sussistenza del grave pericolo per la salute fisica o psichica della gestante. Il predetto presupposto, ha affermato la Corte, non può essere automaticamente desunto dalla gravità della patologia del nascituro, richiedendo una specifica allegazione e un adeguato supporto probatorio, tuttavia mancanti nel caso di specie.

La Corte ha altresì rigettato la censura relativa al preteso danno da lesione del consenso informato, osservando come tale domanda fosse stata formulata soltanto nella comparsa conclusionale. Trattandosi di domanda nuova, essa risultava ormai preclusa e correttamente era stata dichiarata inammissibile dai giudici di merito.

Con la decisione in esame la Cassazione ha dunque confermato l’impostazione inaugurata dalle Sezioni Unite, ribadendo che l’errore diagnostico, pur costituendo il presupposto della responsabilità sanitaria, non è di per sé sufficiente a fondare il diritto al risarcimento. Occorre invece che il danneggiato dimostri, anche mediante un quadro presuntivo serio, preciso e concordante, che la corretta informazione avrebbe effettivamente determinato una scelta abortiva e che ricorressero i presupposti sostanziali previsti dalla legge n. 194 del 1978. In tale prospettiva, la mera scelta della gestante di sottoporsi ad uno specifico accertamento prenatale costituisce un indizio certamente rilevante, ma non decisivo, ove non sia corroborato da ulteriori elementi idonei a ricostruire con elevato grado di probabilità la reale volontà di abortire che sarebbe stata esercitata in presenza di una diagnosi corretta.

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