Il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 31 marzo 2025 ha rinviato alla CGUE la questione se la disciplina della prescrizione quinquennale dei crediti contributivi si ponga in contrasto con la normativa europea, limitando eccessivamente la tutela del lavoratore.

Il caso

Il lavoratore agisce in giudizio per il versamento dei contributi previdenziali sulle retribuzioni non versate, a seguito della costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze di una società appaltante in conseguenza dell’accertamento di una interposizione irregolare di manodopera.

L’INPS ha provveduto alla regolarizzazione della posizione previdenziale del ricorrente nei limiti della prescrizione quinquennale prevista dall’art. 3, co. 9, Legge n. 335 del 1995.

In via subordinata il ricorrente ha chiesto la costituzione della rendita vitalizia prevista dall’art. 13 della Legge n. 1338 del 1962 ovvero il risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2116 c.c.

La normativa europea

Il Tribunale muove dalla illustrazione della disciplina dell’Unione Europea.

In particolare, l’art 2 della direttiva 91/533/Cee prevede che “il datore di lavoro è tenuto a comunicare al lavoratore subordinato cui si applica la presente direttiva, in appresso denominato «lavoratore», gli elementi essenziali del contratto o del rapporto di lavoro. 2. L'informazione di cui al paragrafo 1 riguarda almeno gli elementi seguenti :…. l'importo base iniziale, gli altri elementi costitutivi e la frequenza di pagamento della retribuzione a cui ha diritto il dipendente”.

La direttiva 91/533/CEE è stata abrogata a decorrere dal 1° agosto 2022 dalla direttiva 2019/1152 ma l’art. 24 precisa che i riferimenti alla direttiva abrogata “si intendono fatti alla presente direttiva” e comunque nulla ha mutato con riferimento al documento di assunzione ed alla retribuzione (art. 4 e considerata 20).

Il Giudice chiarisce che lo Stato membro non è tenuto solo ad assicurare la consegna del documento di assunzione ma deve “garantire la tutela dei diritti indicati o che devono essere indicati nel documento di assunzione”.

Ritiene quindi il Tribunale di Napoli che, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di Giustizia (CGUE sentenza 17 aprile 1997, causa C-147/95), debba attribuirsi alla pensione la natura di retribuzione differita poiché dipende “dai versamenti effettuati che sono proporzionali alla retribuzione percepita per gli anni di lavoro ed è dunque determinata in maniera assolutamente prevalete rispetto alla durata del rapporto di assicurazione ed ai contributi versati”. Pertanto, in ossequio alla Direttiva 91/533, lo Stato è tenuto a garantire l’effettività del diritto alla pensione.

La normativa interna e il diritto vivente italiano

Ai sensi dell’art. 2116 c.c. il lavoratore ha diritto alle prestazioni pensionistiche “anche quando l'imprenditore non ha versato regolarmente i contributi dovuti alle istituzioni di previdenza e di assistenza, salvo diverse disposizioni delle leggi speciali”.

La Cassazione ha più volte chiarito che non è prevista in favore dell’assicurato un’azione volta a condannare l’ente previdenziale alla regolarizzazione della sua posizione contributiva fino alla maturazione del diritto al versamento della pensione (così, tra le tante, Cass. sez. lav., 9 gennaio 2024, n. 701; Cass., 11 settembre 2023, n. 26248).

Come rileva l’ordinanza in commento, i crediti previdenziali (ante quinquennio) si prescrivono nella generalità dei casi “perché il termine decorre anche nel corso del rapporto di lavoro, la cui pendenza non ne sospende il decorso (come invece accade a fini retributivi e per i diritti contrattuali) ed il lavoratore non può interromperne il decorso ma solo agire in giudizio convenendo il datore di lavoro e l’Ente previdenziale”.

Pertanto, “in caso di mancata costituzione in giudizio dell’INPS o di mancata rivendicazione da parte dell’INPS del pagamento dei contributi oppure in caso di mancata azione di riscossione da parte dell’INPS, il lavoratore italiano potrebbe vedere prescriversi i contribuiti quand’anche avesse avuto la forza di agire – mentre lavora per lo stesso datore - convenendolo in giudizio insieme all’INPS: sembra quindi che nulla egli possa fare per scongiurare questo esito pregiudizievole”.

Ove l’ente previdenziale non si attivi nei confronti del datore di lavoro e lasci decorrere il termine di prescrizione, al lavoratore residuano solo due possibilità:

  • agire per il risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2116 c.c.;
  • surrogarsi al datore di lavoro per la costituzione della rendita vitalizia di cui all’art. 13, l. n. 1338/1962.

Tali azioni potranno essere esperite, però, a lunga distanza di tempo dall’omesso versamento dei contributi “dovendo il lavoratore attendere che con la richiesta di pensionamento si produca il danno derivante dall’omesso versamento contributivo”.

Dunque, alla luce della disciplina vigente, il lavoratore – da un lato – vede decorrere il termine di prescrizione nel corso del rapporto e – dall’altro lato – non può agire per ottenere il versamento dei contributi da parte del datore di lavoro (se non per effetto della costituzione dell’INPS o della rivendicazione da parte della stessa).

Questa interpretazione normativa, che agevola la prescrizione del credito contributivo, con conseguenze sulla misura della pensione (che può considerarsi retribuzione differita) si pone, peraltro, in netto contrasto con la diversa disciplina del termine prescrizionale delle retribuzioni ordinarie che, per consolidata giurisprudenza, non decorre in costanza di rapporto (v. Corte Cost., 10 giugno 1966, n. 63 e, con riguardo agli effetti della normativa di cui alla L. 92 del 2012 e del D.Lgs. n. 23 del 2015, v. Cass., 6 settembre 2022, n. 26246).

Dunque, “nell’attuale ordinamento interno il lavoratore può far valere i crediti retributivi derivanti dal rapporto di lavoro entro il termine prescrizionale quinquennale dalla cessazione del rapporto di lavoro e non è obbligato ad agire in giudizio nel corso del rapporto di lavoro; di contro deve necessariamente agire in giudizio nel corso del rapporto di lavoro per ottenere il versamento contributivo (ma sempre a condizione che si costituisca in giudizio l’INPS e rivendichi il diritto al versamento).

Rileva, invece, il Tribunale che il metus in cui versa il lavoratore nel corso del rapporto – alla base della sospensione del termine di prescrizione del credito retributivo –sussiste, a maggior ragione, per i contributi che “influiscono sul diritto a pensione che potrà ottenere solo al momento della maturazione del diritto a pensione”.

I quesiti sottoposti alla CGUE

Il Tribunale di Napoli, sulle premesse sopra delineate, chiede alla Corte di Giustizia UE di pronunciarsi sulle seguenti questioni:

1) “se i diritti indicati dall’art. 8 della direttiva 91/533/Cee, la cui tutela lo Stato membro deve assicurare, siano costituiti dal solo diritto a ricevere il documento di assunzione di cui all’art. 2 della stessa Direttiva ovvero dai diritti che devono essere indicati nel documento stesso e, specificamente, la retribuzione”.

2) In ipotesi la Corte di giustizia dovesse rispondere affermativamente al primo quesito “se, nel contesto descritto, la pensione di cui godrà il ricorrente, dipendendo dalla contribuzione versata proporzionale alla retribuzione goduta ed agli anni di iscrizione alla assicurazione generale obbligatoria costituisca, per gli iscritti del settore privato, retribuzione differita ai sensi dell’art. 2 della direttiva 91/533/Cee”.

3) In ipotesi di risposta positiva ai primi due quesiti “se anche il diritto del lavoratore al versamento contributivo, che influenza in misura decisiva il diritto e la misura dell’assegno pensionistico, ricada nell’ambito di tutela dell’art. 8 della direttiva 91/533/Cee”.

4) In caso di risposta positiva ai precedenti quesiti “se l’art. 8 della direttiva 91/533/Cee osti alla circostanza che il lavoratore sia obbligato, nel corso del rapporto di lavoro, a convenire in giudizio il datore di lavoro, oltre che l’INPS, per richiedere il versamento dei contributi, al fine di evitare la prescrizione dei propri diritti, ma che tali diritti dipendano dalla esclusiva volontà dell’INPS di costituirsi nel giudizio e di richiedere il pagamento del credito, a differenza di quanto avviene per la retribuzione ordinaria e ciò anche quando non abbia una protezione sufficiente avverso un licenziamento illegittimo, rischiando in tal modo il licenziamento ovvero la mancata prosecuzione del rapporto di lavoro tutelato dalla direttiva 2008/104/Ce”.

5) In ipotesi di risposta positiva ai quesiti che precedono quali siano gli strumenti a disposizione del giudice del rinvio pregiudiziale ed in specie “se la parificazione del regime prescrizionale dei contributi e delle retribuzioni possa ritenersi misura sufficiente a soddisfare gli obblighi di cui all’art. 8 della direttiva 91/533/Cee”.

Breve nota a Cass. 6051/2023

Il caso.

Un lavoratore è stato impiegato presso un’articolazione della P.A. in forza di una pluralità di contratti a tempo determinato. Successivamente alla stabilizzazione del suo rapporto di lavoro, così come determinatasi per effetto della sottoscrizione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato con l’ente pubblico, il lavoratore adisce il Tribunale per veder riconosciuto il proprio diritto al computo della pregressa anzianità di servizio (relativa ai rapporti di lavoro a tempo determinato succedutesi nel tempo tra le parti) ed i conseguenti incrementi stipendiali da essa derivanti.

Il Tribunale di Roma ha rigettato l’eccezione di prescrizione sollevata dalla P.A. sul presupposto che il dies a quo dovesse coincidere con il momento dell’avvenuta stabilizzazione; e ciò in ragione della condizione di metus in cui si trova il prestatore di lavoro impiegato con rapporti che non ne garantiscono la stabilità, che gli impedisce, perlomeno fino al conseguimento della stabilizzazione, di far valere i propri diritti relativi all’anzianità lavorativa e alla maturazione dei conseguenti stipendiali.

La decisione del Tribunale è stata poi confermata dalla Corte territoriale romana.

La P.A. ricorre in Cassazione con un unico motivo concernente l’individuazione del giorno di decorrenza della prescrizione dei crediti retributivi.

I principi di diritto che regolano la prescrizione in caso di rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Ritenendo la questione di massima importanza, la Sezione lavoro della Corte di Cassazione, con l’ordinanza che qui brevemente si commenta, ha rimesso la questione  al Primo Presidente affinché quest’ultimo valuti l’opportunità di un’eventuale decisione  della stessa da parte delle Sezioni Unite.

La Sezione lavoro muove innanzi tutto da una puntuale ed approfondita analisi diacronica del contenuto delle sentenze della Corte Costituzionale e delle Sezioni Unite di Cassazione che hanno costituito vere e proprie “pietre miliari” dell’istituto della prescrizione in ambito lavoristico. Non è questa la sede per approfondire compiutamente la portata di tali pronunce; tuttavia, è possibile richiamare alcuni fondamentali principi di diritto sanciti dalle medesime.

Corte Costituzionale n. 63/1966, con riferimento al rapporto di lavoro privato, fissò il principio cardine dell’intera materia nel momento in cui escluse la decorrenza della prescrizione durante il rapporto di lavoro, atteso che, “quando questo non ha la resistenza tipica del pubblico impiego”, il timore del licenziamento può spingere il lavoratore a rinunciare a far valere i suoi diritti. Pertanto, poiché, come è noto, la prescrizione è una modalità di estinzione dei diritti dovuta al loro mancato esercizio protrattosi per un determinato periodo di tempo disposto dalla legge, la Corte Costituzionale dichiarò “l’illegittimità costituzionale degli artt. 2948, n. 4, 2955, n. 2, 2956, n. 1, del Codice civile limitatamente alla parte in cui consentono che la prescrizione del diritto alla retribuzione decorra durante il rapporto di lavoro”.  La ratio posta a fondamento di tale decisione (comune a tutte le altre pronunce che si sono poi succedute in tema di prescrizione) fu la volontà di tutelare l’interesse primario del contraente più debole alla conservazione del rapporto di lavoro, qualificando l’inerzia del lavoratore come una sorta di incapacità temporanea a disporre.

La successiva pronuncia della Corte Costituzionale n. 143/1969 definì i caratteri della stabilità che caratterizza(va) il rapporto di pubblico impiego, stabilità che giustificava, al contrario, il decorso della prescrizione in costanza di rapporto di lavoro. Tale stabilità, rilevò la Corte Costituzionale “è data da una disciplina che normalmente assicura la stabilità del rapporto o delle garanzie di rimedi giurisdizionali contro la illegittima risoluzione di esso, che escludono che il timore del licenziamento possa indurre l’impiegato a rinunciare”.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 174/1972 intervenne in un momento in cui erano state da poco introdotte nel nostro ordinamento la legge n. 604/1966 (che generalizza l’obbligo di giustificazione causale del licenziamento) e la legge n. 300/1970 (che, come noto, prevedeva che i licenziamenti illegittimi irrogati nell’ambito delle imprese di maggiori dimensioni organiche fossero sanzionati con la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, secondo lo schema della restitutio in integrum). Pertanto, in considerazione del mutato assetto normativo – tale da introdurre una significativa tutela del lavoratore contro il licenziamento arbitrario ed illegittimo – la Corte Costituzionale ampliò l’ambito dei rapporti lavorativi nei quali non è ravvisabile alcuna condizione di metus del lavoratore: non solo quelli di impiego pubblico o con enti pubblici economici, ma tutti i rapporti privati di lavoro, regolati dalla L. n. 604 del 15 luglio 1966 e dalla L. n. 300 del 1970, art. 18, perché caratterizzati “da una disciplina che assicuri normalmente la stabilità del rapporto e fornisca le garanzie di appositi rimedi giurisdizionali contro ogni illegittima risoluzione” in quanto “una vera stabilità non si assicura se all'annullamento dell'avvenuto licenziamento non si faccia seguire la completa reintegrazione nella posizione giuridica preesistente fatta illegittimamente cessare”. Conseguentemente, anche nell’ambito dei rapporti di lavoro privati a tempo indeterminato, venne sancita la decorrenza della prescrizione in costanza di rapporto.

Tale principio fu poi ulteriormente chiarito dalle Sezioni Unite di Cassazione con la pronuncia n. 1268 del 12 aprile 1976: la stabilità o resistenza del rapporto di lavoro capace di giustificare la decorrenza immediata della prescrizione ricorre in presenza di una disciplina “che, indipendentemente dal carattere pubblico o privato del datore di lavoro, sul piano sostanziale, subordini la legittimità e la efficacia della risoluzione alla sussistenza di circostanze obiettive e predeterminate e, sul piano processuale, affidi al giudice il sindacato su tali circostanze e la possibilità di rimuovere gli effetti del licenziamento illegittimo”.

…e quelli che regolano la materia della prescrizione nel rapporto di lavoro a tempo determinato.

Con riferimento ai contratti a tempo determinato, il principio che lega l’individuazione del dies a quo della prescrizione all’eventuale condizione di metus del lavoratore è stato declinato in maniera duale, a seconda del settore, privato o pubblico, nell’ambito del quale tali contratti sono stati conclusi.

Infatti, con riferimento al settore privato, si legge in Cass. S.U. n. 575 del 16 gennaio 2003nel caso che tra le stesse parti si succedano due o più contratti di lavoro a termine, ciascuno dei quali legittimo ed efficace, il termine prescrizionale dei crediti retributivi, di cui agli artt. 2948, numero 4, 2955, numero 2, e 2956, numero 1, c.c., inizia a decorrere, per i crediti che sorgono nel corso del rapporto lavorativo dal giorno della loro insorgenza e, per quelli che si maturano alla cessazione del rapporto, a partire da tale momento, dovendo - ai fini della decorrenza della prescrizione - i crediti scaturenti da ciascun contratto considerarsi autonomamente e distintamente da quelli derivanti dagli altri e non potendo assumere alcuna efficacia sospensiva della prescrizione gli intervalli di tempo correnti tra un rapporto lavorativo e quello successivo, stante la tassatività della elencazione delle cause sospensive previste dagli artt. 2941 e 2942 c.c., e la conseguente impossibilità di estendere tali cause al di là delle fattispecie da quest'ultime norme espressamente previste”.

Posto che il rapporto di lavoro di colui che è assunto a tempo determinato è assicurato da stabilità reale (nell’ambito del licenziamento a tempo determinato, peraltro, il recesso è consentito solo nel caso in cui ricorra una giusta causa di recesso), è stato ritenuto che la prescrizione dei diritti del prestatore dovesse decorrere in costanza di rapporto e, quindi, dal giorno della loro insorgenza.

Ciò perché, hanno affermato le Sezioni Unite, “la rinnovazione del relativo rapporto non presente carattere di normalità”, ed il lavoratore ha diritto solo a che il rapporto sia mantenuto in vita sino alla scadenza concordata; non è allora configurabile una situazione di metus che giustifichi una decorrenza della prescrizione dei crediti retributivi come quella prevista per il lavoro a tempo indeterminato non assistito dal regime di stabilità reale.

Fissato tale principio per i contratti a tempo determinato, la Cassazione ha introdotto un’importante eccezione alla regola, applicabile a tutte quelle ipotesi in cui i singoli contratti a termine siano illegittimi oppure in quei casi in cui “i contratti, pur singolarmente legittimi...vengano a risultare collegati, nella loro pluralità, dall’intento di eludere le disposizioni di legge sul contratto a termine”. In tali fattispecie, infatti, ricorrono quei presupposti di fatto che inducono a ritenere che la prescrizione debba decorrere solo alla cessazione del rapporto lavorativo, “dovendo la situazione psicologica del lavoratore essere valutata in concreto sulla base, cioè, della realtà di fatto che ha influenzato le sua determinazioni e che ha determinato uno stato di costante soggezione nei confronti del datore di lavoro per il perdurante metus di vedere interrotta la continuazione della serie dei rapporti di lavoro”.

Con riferimento al settore del pubblico impiego, invece, anche nell’ipotesi di contratti a termine affetti da nullità è stato ritenuto dovesse valere la medesima regola fissata per i contratti validi ed efficaci stipulati nell’ambito del settore privato; ciò perché, essendo impedita per legge la conversione in un unico rapporto a tempo indeterminato alle dipendenze dello Stato, non è riscontrabile la condizione, valorizzata dalla Corte costituzionale e ritenuta imprescindibile dalle Sezioni Unite, ossia “il timore del recesso, cioè del licenziamento, che spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinunzia a una parte dei propri diritti” (in questi termini Cass. n. 10219 del 28 maggio 2020).

Analogamente, Cass. n. 35676 del 19 novembre 2021, sempre con riferimento al settore del pubblico impiego privatizzato, ha statuito che nell’ipotesi di contratto di lavoro formalmente autonomo, del quale sia successivamente accertata la natura subordinata, la prescrizione dei crediti retributivi decorra durante il rapporto, attesa la mancanza di ogni aspettativa del lavoratore alla stabilità dell'impiego e la conseguente impossibilità di configurare una condizione di metus in ordine alla mancata continuazione del rapporto suscettibile di tutela. Ciò in quanto, come sancito dalla già analizzata Corte Cost. n. 143/1969, “la privatizzazione non ha comportato una totale identificazione tra lavoro pubblico privatizzato e lavoro privato. In particolare, permangono nel lavoro pubblico privatizzato quelle peculiarità individuate dalla Corte Costituzionale, in relazione al previgente regime dell'impiego pubblico, come giustificative di un differente regime della prescrizione: sia in punto di stabilità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato”.

La recente evoluzione del contesto socio-economico-giuridico che giustifica una riconsiderazione della regole in materia di decorrenza della prescrizione nel pubblico impiego privatizzato.

Con l’ordinanza n. 6051/2023 oggetto di commento, la Sezione lavoro muove innanzi tutto da una “ricognizione” dell’attuale contesto socio-economico.

Il lavoro, afferma la Corte, è oggigiorno “sempre più precario e meno garantito, persino nel settore del pubblico impiego”. Viceversa, le decisioni della Corte Costituzionale n.  143/1969 e quella delle Sezioni Unite n. 575/2003, fondavano la decorrenza della prescrizione in costanza di rapporto sull’assunto per cui, nei contratti a tempo determinato, “la non rinnovazione del rapporto si configura quale evento avente carattere di normalità”.

L’attuale contesto del mercato del lavoro, invece, è diametralmente opposto a quello esistente nel 1969 e nel 2003, posto che – afferma la Sezione rimettente – con riferimento ai rapporti a termine la rinnovazione dei contratti a tempo determinato “è la prassi” e, sia nell’impiego pubblico che privato, “rappresenta spesso l'unico canale per giungere, dopo anni, ad un rapporto a tempo indeterminato con lo stesso datore”, dovendosi altresì considerare che “lo stesso pubblico impiego è cambiato”, non potendosi più considerare come un rapporto non contrattuale di servizio sotto l’autorità della P.A. (come appunto avveniva in passato, in un’epoca in cui la assunzioni temporanee del pubblico impiego erano tendenzialmente escluse). In linea di principio, a seguito del D. Lgs. n. 165/2001, il rapporto di pubblico impiego contrattualizzato è “regolato in maniera paritaria rispetto al lavoro privato per tutto quel che non è previsto nel suddetto D.Lgs. n. 165 del 2001 e le eccezioni a tale principio devono essere poste specificamente per legge e, coerentemente, vanno interpretate in senso formale”.

Devono altresì essere tenute nella massima considerazione le modifiche introdotte dal D. Lgs. n. 27/2017, in base alle quali, in caso di accertata illegittimità del licenziamento irrogato al dipendente pubblico, il Giudice dispone la reintegrazione nel posto di lavoro e il pagamento di un’indennità risarcitoria che comunque non può essere superiore nel suo massimo alle 24 mensilità: ciò, ad avviso della Corte, consente di ritenere che “dopo la riforma del 2017 anche nel lavoro pubblico tale reintegrazione non ha più applicazione generale”.

E’ stato poi modificato l’art. 36 del D. Lgs. n. 165/2001 concernente la possibilità la P.A. di stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, contratti di formazione e lavoro e contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato, nonché di avvalersi delle forme contrattuali flessibili previste dal codice civile e dalle altre leggi sui rapporti di lavoro nell'impresa.

Pertanto, afferma la Corte, “diviene così sempre più problematico giustificare un sistema che individua una differente decorrenza della prescrizione degli identici crediti retributivi di diversi lavoratori che svolgano le stesse mansioni e il cui rapporto di lavoro sia egualmente costituito con la stipula di un contratto individuale e non attraverso un atto di nomina, a seconda semplicemente della loro dipendenza da un datore privato piuttosto che pubblico, tanto più alla luce di un sistema normativo che, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2, comma 2, stabilisce che il c.d. pubblico impiego privatizzato sia regolato dalla disciplina di diritto comune salve le eccezioni espresse”.

Se a ciò si aggiunge che la stessa Cassazione, con la sentenza n. 26246/2022 (per un commento di tale pronuncia si veda https://www.studioclaudioscognamiglio.it/la-stabilita-del-rapporto-di-lavoro-e-i-suoi-riflessi-sulla-decorrenza-del-termine-di-prescrizione/), ha rilevato come le modifiche introdotte dalla L. n. 92/2012 e dal D. Lgs. n. 23/2015 al regime sanzionatorio del licenziamento impongono di escludere che, oggigiorno, il rapporto di lavoro privato nelle imprese di maggiori dimensioni sia ancora assistito da una forma di stabilità reale (così come inteso da Corte Costituzionale n. 174/2022), con conseguente esclusione del principio della decorrenza della prescrizione in costanza di rapporto, allora, sostiene la Corte rimettente, pare opportuno “porre in dubbio l’orientamento attualmente seguito, a prescindere dal fatto che la privatizzazione abbia comportato o meno una maggiore o minore identificazione tra lavoro pubblico privatizzato e lavoro privato”.

In altri termini, pare opportuno mettere in discussione il principio per cui, con riferimento ad una pluralità di contratti a tempo determinato stipulati nell’ambito del pubblico impiego, anche se illegittimi e nulli, la prescrizione debba decorrere in costanza di rapporto, regola che era stata recentemente ribadita da Cass. n. 10219/2020 facendo leva sul presupposto della impossibilità di veder convertito il proprio rapporto un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato che giustificherebbe l’esclusione di una condizione di metus che spinge il lavoratore ad una rinuncia dei propri diritti.

Ciò perché, rileva la Corte, anche nel pubblico impiego, oramai, “più lavoratori, assunti con rapporti di lavoro a tempo determinato sulla base di diversi provvedimenti di nomina, vengono ad occupare il medesimo posto di lavoro ininterrottamente per vari anni e svolgono, in modo costante e continuativo, le medesime funzioni (n.d.r. di quelle svolte dai lavoratori assunti a tempo indeterminato). Il mantenimento continuato di tali lavoratori su detti posti vacanti è conseguenza del mancato rispetto, da parte del datore di lavoro, dell'obbligo di legge ad esso incombente di organizzare entro il termine impartito un procedimento di selezione al fine di coprire i posti vacanti in via definitiva e per effetto di tale situazione i rapporti di lavoro dei citati lavoratori sono, in questo modo, rinnovati come temporanei o implicitamente prorogati di anno in anno”.

La reiterazione di tali assunzioni a tempo determinato “comporta ab initio o, almeno, dal tempo della sua illegittimità, la nascita di un metus oggettivo del lavoratore in ordine all'esercizio di siffatti crediti (n.d.r. retributivi), atteso che la detta reiterazione crea, un assoggettamento del dipendente dalla P.A., che ben potrebbe cessare di confermarlo (legittimamente) senza regolarizzarlo. Inoltre, poiché, in questa maniera, è istituzionalizzata una condizione di strutturale inferiorità del medesimo lavoratore, che esegue la sua prestazione sperando di beneficiare di una procedura di stabilizzazione, rispetto al datore di lavoro, condizione che va ben oltre il metus ed è incompatibile con l'applicazione ai contratti de quibus delle comuni regole civilistiche, anche sulla prescrizione, basate sulla parità fra le parti negoziali”.

Ne consegue che non può ritenersi “obiettivamente ragionevole che lavoratori, consapevoli da anni di dipendere dalla volontà della P.A. di impiegarli per un ulteriore periodo limitato e di non avere di fatto valide tutele, considerato che già la loro reiterata conferma avviene spesso in violazione della vigente normativa, agiscano contro la propria Pubblica amministrazione per domandare differenze retributive”.

Pertanto, conclude la Corte, “venendo in rilievo una diversità di regime tra lavoro a termine nel settore privato e lavoro a termine nel settore pubblico contrattualizzato che quando è nata (nel 1966) rispecchiava il quadro normativo e giurisprudenziale all'epoca vigente ma che oggi non trova più giustificazione e risulta anzi lesiva non solo del diritto UE ma soprattutto dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza (Cost., art. 3) e del diritto al lavoro (Cost., artt. 4 e 35)”,  la questione circa la decorrenza della prescrizione nei rapporti di pubblico impiego deve ritenersi di massima, particolare rilevanza, con conseguente rimessione al Primo Presidente affinché valuti se, su di essa, debbano o meno pronunciarsi le Sezioni Unite.

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