Cass. civ. sez. II, Sent. n. 17591 del 30 giugno 2025

La risposta al quesito l’ha fornita la Cassazione con la recente pronuncia n. 17591/2025.

La Suprema Corte ha innanzi tutto chiarito che l’art. 345 c.p.c. – nel ‘nuovo’ testo risultante dalle modifiche apportate dal D.L. n. 83/2012, convertito in L. 134/2012 –, in applicazione del principio tempus regit actum, trova applicazione quando la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dopo l’11 settembre 2012, cioè, per l’appunto, dopo l’entrata in vigore della L. n. 134/2012, essendo irrilevante, a tal fine, il momento in cui è stato notificato l’atto introduttivo del giudizio di primo grado.

Può allora essere opportuno rammentare che il comma terzo dell’art. 345 c.p.c. – come novellato nel 2012 – prevede che non possano essere prodotti nuovi documenti a meno che la parte che intende produrli non dimostri di non averlo potuto fare in primo grado per una causa alla medesima non imputabile: è pertanto venuta meno, come ulteriore ipotesi di ammissibilità di nuovi documenti, l’ipotesi che il Collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa.

Premesso quanto sopra, nella pronuncia che qui brevemente si annota la Cassazione sembrerebbe però essersi contraddetta, posto che, una volta esclusa l’applicabilità del ‘vecchio’ art. 345 c.p.c. e, conseguentemente, la possibilità che nuovi documenti possano essere ammessi perché valutati ‘indispensabili’ ai fini della decisione, ha poi affermato che nel caso in cui venga contestata da una parte la dichiarazione di inammissibilità di una prova documentale prodotta in appello, la medesima Corte “è giudice del fatto, ed è, quindi, tenuta a stabilire se si trattasse in astratto di prova indispensabile, ossia teoricamente idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione dei fatti di causa”, con l’ulteriore precisazione per cui, pur avendo la parte l’onere di illustrare il carattere decisivo della prova di cui lamenta la mancata ammissione, tuttavia, “ove la decisività risulti dalla motivazione della sentenza impugnata”, la Cassazione “ben può rilevarla da essa sentenza, purché il ricorrente abbia allegato, sia pure in assenza di specifica articolazione espositiva, l’anzidetta qualità”.

Si tratta tuttavia di un principio di diritto che, per quanto affermato dalla stessa Cassazione nella prima parte della pronuncia, dovrebbe trovare applicazione solo in quei casi in cui entri in gioco l’art. 345 c.p.c. nella sua precedente formulazione e non, come appunto nel caso specifico, il ‘nuovo’ testo dell’art. 345 c.p.c.

Cass. civ. sez. lav., sentenza. n. 13525/2025 del 20 maggio 2025

La disciplina

Come è noto, ove ricorrano determinate condizioni previste dall’art. 2120 del Codice civile, per i lavoratori subordinati è possibile chiedere e ottenere l’erogazione del T.F.R. in via anticipata (cioè in un momento precedente alla cessazione del rapporto di lavoro cui esso inerisce). Essa può essere richiesta: da un lavoratore che abbia almeno 8 anni di anzianità; in misura non superiore al 70% del Trattamento cui questi avrebbe diritto alla data della richiesta; in presenza di causali specifiche (necessità di sostenere spese per terapie o interventi straordinari; acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i propri figli); per una sola volta nel corso del rapporto di lavoro. L’ultimo comma dell’art. 2120 Cod. Civ., inoltre, prevede che “condizioni di miglior favore possono essere previste dai contratti collettivi o da patti individuali”.

Il caso

Proprio in forza di un patto individuale, un datore di lavoro erogava mensilmente ai propri dipendenti il TFR senza specificare il titolo dell’attribuzione.

Nell’ambito di un accertamento ispettivo, l’INPS contestava al datore di lavoro in questione la natura retributiva di tali somme e conseguentemente faceva valere su di esse il proprio correlativo credito contributivo; e ciò sulla base dell’assunto per cui l’art. 2120 Cod. Civ. non consente anticipazioni mensili.

Secondo la Corte d’Appello di Bologna, l’anticipazione corrisposta mensilmente nella busta paga era legittima in quanto l’autonomia negoziale privata attribuisce alle parti la facoltà di prevedere un regime delle anticipazioni più favorevole rispetto a quello legale.

La decisione della Cassazione

Ricorre in Cassazione l’Ente previdenziale per vedere accolta la pretesa di assoggettare a contributi le somme erogate mensilmente dal datore di lavoro.

La Corte di legittimità ha escluso che l’ultimo comma dell’art. 2120 Cod. Civ. possa consentire alle parti di prevedere un’anticipazione mensile del TFR non supportata da alcuna specifica causale: e ciò perché ‘le condizioni di miglior favore’ cui fa riferimento la norma devono sì intendersi come condizioni che ampliano i limiti previsti dalla legge, tuttavia, non possono essere tali da “snaturare la funzione dell’anticipazione quale deroga”, dovendo essa esser corrisposta in presenza di ragioni eccezionali ed una tantum, posto che la regola generale – ed inderogabile, tanto dalle parti individuali quanto da quelle collettive – è quella per cui il TFR deve essere accantonato mensilmente. Viceversa, prevedere che il TFR sia erogato mensilmente in busta paga, “fa sì che l’anticipazione non sia più una deroga eccezionalmente prevista alla regola dell’accantonamento mensile, ma si ponga quale sistema pattizio capace di contrastare, e svuotare, il meccanismo di funzionamento legale del t.f.r.”.

Cass. civ. sez. lav., ord. n. 11147/2025 del 28 aprile 2025

Un lavoratore viene licenziato per essersi reso responsabile di ingiurie e “minacce lievi” nei confronti del proprio superiore gerarchico.

Accade poi che, successivamente alla contestazione disciplinare e all’irrogazione del licenziamento, viene rinnovato il CCNL applicato al rapporto di lavoro (Chimici, Energia e Petrolio), il quale, da un lato, prevede che la fattispecie delle ingiurie e delle minacce lievi debba esser sanzionata con una sanzione disciplinare di tipo conservativo, dall’altro, stabilisce che le disposizioni del nuovo testo contrattuale si applichino con efficacia retroattiva. 

Il fatto, accertato come sussistente e dotato di rilevanza disciplinare, non viene tuttavia ritenuto di gravità tale da integrare una giusta causa di recesso; conseguentemente, la Corte d’Appello di Caltanissetta sanziona l’illegittimità dell’atto di recesso datoriale con l’applicazione del regime sanzionatorio meramente indennitario di cui all’art. 18, comma 5°, L. n. 300/1970, escludendo l’operatività del rimedio reintegratorio teoricamente applicabile in forza del codice disciplinare “sopravvenuto e retroattivo”, che appunto puniva la fattispecie concreta con una sanzione di tipo conservativo.

Ricorre in Cassazione il lavoratore adducendo, tra le altre cose, la violazione dell’art. 18, comma 5, L. n. 300/1970, lamentando la mancata applicazione della previsione del CCNL sopravvenuto che prevedeva la retroattività delle proprie disposizioni.

La decisione della Cassazione

Afferma la Corte che, “in ordine alla previsione della disposizione finale di un contratto collettivo che affermi la retroattività delle clausole, deve escludersi che possano ritenersi incluse le disposizioni ivi dettate in materia di Codice disciplinare”.

E ciò perché, argomenta la Cassazione, con la L. n. 92/2012 il Legislatore, avendo previsto che il rimedio della reintegrazione dovesse trovare applicazione nel caso in cui il fatto contestato fosse punito dal contratto collettivo con una sanzione conservativa, ha perseguito “il preciso obiettivo di riservare la sanzione più severa (ossia la tutela reintegratoria) in caso di abuso consapevole del potere disciplinare, che implica una sicura e chiaramente intellegibile conoscenza preventiva, da parte del datore di lavoro della illegittimità del provvedimento espulsivo derivante, o dalla insussistenza del fatto contestato, oppure dalla chiara riconducibilità del comportamento contestato nell’ambito della previsione della norma collettiva tra le fattispecie ritenute dalle parti sociali inidonee a giustificare l’espulsione del lavoratore”.

Pertanto, conclude la Corte, il rispetto del principio della certezza e della (quanto più possibile) prevedibilità del diritto, che è appunto una delle finalità perseguite dal Legislatore del 2012, impone di escludere la retroattività del codice disciplinare contenuto in un contratto collettivo nell’ipotesi in cui la regolamentazione contrattuale, stipulata successivamente all’intimazione del licenziamento, “si limiti genericamente (e quindi senza alcun riferimento esplicito al regime delle sanzioni disciplinari) a far retroagire la propria vigenza ad epoca anteriore” a quella dei fatti oggetto di contestazione.

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