Trib. Bologna, sez. lav., 4 giugno 2026
Con la sentenza del 4 giugno 2026 il Tribunale di Bologna ha affrontato il tema dei limiti entro i quali il datore di lavoro può rivolgersi direttamente ai lavoratori durante una trattativa sindacale, escludendo che tale condotta possa automaticamente ritenersi “antisindacale” ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei lavoratori.
Nel caso di specie, in particolare, alcune organizzazioni sindacali avevano proposto opposizione avverso il decreto emesso nella fase sommaria ex art. 28 St. Lav., lamentando che la società, nel corso di una complessa trattativa sindacale avviata a seguito di una fusione societaria, avesse ripetutamente scavalcato il sindacato rivolgendosi direttamente ai lavoratori mediante comunicati affissi nelle bacheche aziendali e diffusi tramite posta elettronica.
Secondo le organizzazioni sindacali, in particolare, tali comunicazioni non si sarebbero limitate ad informare i dipendenti circa l’andamento delle trattative, ma avrebbero avuto lo scopo di delegittimare l’azione sindacale, screditarne l’operato e condizionare la libera formazione della volontà dei lavoratori.
Il Tribunale ha preliminarmente richiamato il consolidato orientamento della Corte di Cassazione secondo cui la natura antisindacale della condotta datoriale è configurabile ogniqualvolta il comportamento in parola sia oggettivamente idoneo a ledere la libertà sindacale o il diritto di sciopero, indipendentemente dall’esistenza di uno specifico intento lesivo. In particolare, viene rammentato che ciò che il giudice è chiamato ad accertare è “l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto che la disposizione intende impedire, ossia la lesione della libertà sindacale e del diritto di sciopero”.
Muovendo da tali premesse, il Tribunale ha tuttavia escluso che la condotta contestata fosse idonea a comprimere le prerogative sindacali.
Il giudice ha anzitutto osservato che non esiste alcun principio, né normativo né sistematico, che attribuisca in via esclusiva alle organizzazioni sindacali il diritto di comunicare con i lavoratori. Al contrario, anche il datore di lavoro deve poter manifestare la propria posizione sulle questioni oggetto del confronto sindacale, poiché ciò consente ai lavoratori di conoscere le diverse posizioni delle parti contrapposte e di formare liberamente il proprio convincimento. La sentenza afferma infatti che “non vi è un fondamento normativo né una ragione logica, per ritenere che sia riservata, in via esclusiva, alle rappresentanze sindacali, la facoltà di rivolgersi ai lavoratori” e che tale facoltà deve essere riconosciuta anche alla parte datoriale, purché venga esercitata nel rispetto dei principi di buona fede e correttezza. Sul punto, il giudice afferma che “l’obbligo da parte del datore di lavoro di mantenere un contegno neutrale non può giungere sino al punto di impedirgli di esprimere, in forma rispettosa, la sua posizione”, dovendo essere inteso come divieto di adottare “forme comunicative scorrette che possono inquinare il dibattito e pregiudicare il corretto sviluppo delle trattative sindacali”.
Pertanto, il limite dell’eventuale antisindacalità della condotta non è rappresentato dalla comunicazione diretta in sé, bensì dalle modalità con cui essa viene effettuata. Ciò che deve essere verificato è se il datore di lavoro abbia utilizzato forme comunicative scorrette o denigratorie, tali da alterare il corretto svolgimento della dialettica sindacale o da arrecare discredito alle organizzazioni dei lavoratori.
Sotto questo profilo, il Giudice ha ritenuto che i comunicati oggetto di causa si limitassero ad esporre la posizione aziendale rispetto alle vicende che avevano caratterizzato la trattativa, utilizzando toni misurati e rispettosi. Parimenti, il comunicato concernente il mancato accordo sul piano formativo non è stato ritenuto lesivo o fuorviante, poiché il contenuto dello stesso risultava sostanzialmente confermato dalla successiva replica delle organizzazioni sindacali, dalle quali emergeva effettivamente il rifiuto di sottoscrivere l’intesa alle condizioni proposte dall’azienda.
Da ultimo, il Tribunale ha evidenziato come le organizzazioni sindacali, per di più, non avessero dimostrato l’idoneità delle comunicazioni aziendali ad arrecare un concreto pregiudizio all’esercizio dell’attività sindacale o all’effettività del diritto di sciopero. Ed in effetti, ha accertato il Tribunale, le trattative sono proseguite regolarmente e non è emersa alcuna significativa riduzione delle adesioni alle iniziative di sciopero riconducibile causalmente alle comunicazioni della società.
Cass. civ., Sez. Un., 30 aprile 2026 n. 11959
Con la sentenza n. 11959/2026 le Sezioni Unite della Cassazione hanno affrontato la questione relativa alla esatta natura giuridica della c.d. “perizia contrattuale”, chiarendone i rapporti con l’arbitrato irrituale. E’ stato altresì affrontato il tema degli effetti che l’attivazione della procedura peritale produce sul decorso della prescrizione del diritto all’indennizzo assicurativo.
Il caso
La controversia trae origine da una rapina subita da un’oreficeria nel novembre del 2010 e dalla successiva richiesta di indennizzo formulata nei confronti della compagnia assicuratrice. Quest’ultima aveva agito in giudizio chiedendo venisse accertata l’intervenuta prescrizione del diritto dell’assicurata, sostenendo che la “chiamata” della perizia contrattuale fosse stata effettuata soltanto nel 2017, cioè oltre il termine biennale di prescrizione previsto dall’art. 2952 c.c. La parte assicurata, invece, eccepiva che le clausole contenute nella polizza integrassero un arbitrato irrituale e che, pertanto, la controversia non potesse essere devoluta immediatamente al giudice ordinario, ma solo dopo l’esaurimento della perizia contrattuale; sosteneva inoltre che l’attivazione della procedura peritale avesse comunque impedito il maturare della prescrizione.
La Terza Sezione civile, rilevando l’esistenza di orientamenti non pienamente coerenti nella giurisprudenza di legittimità, ha rimesso la questione alle Sezioni Unite.
La decisione delle Sezioni Unite
La pronuncia si segnala, innanzitutto, per la compiuta ricostruzione teorica dell’istituto. Le Sezioni Unite affermano come la perizia contrattuale venga utilizzata nella prassi in una pluralità di contesti estremamente differenti, che spaziano dai contratti assicurativi alle clausole di aggiustamento del prezzo nelle operazioni societarie, dagli accertamenti tecnici relativi alla qualità di beni e opere sino alla determinazione di poste patrimoniali demandata a terzi esperti.
Proprio tale varietà di utilizzo dell’istituto, induce la Corte ad escludere che possa esistere una nozione astratta e rigidamente tipizzata della c.d. “perizia contrattuale”. Le Sezioni Unite affermano infatti che “ogni contratto costituisce la misura e la regola di sé stesso e ogni perizia contrattuale ha una natura definita dal contenuto della clausola che la istituisce”. In tal modo, la Suprema Corte rifiuta apertamente qualsiasi tentativo di qualificazione unitaria della figura, valorizzando invece il concreto assetto negoziale voluto dalle parti e le finalità perseguite dalla specifica clausola contrattuale.
Il discrimine tra arbitrato irrituale e perizia contrattuale
Il “fulcro” della decisione è rappresentato dalla distinzione tra perizia contrattuale ed arbitrato irrituale.
La Corte osserva che entrambe le figure possono presentare tratti comuni, poiché in entrambi i casi le parti demandano ad un terzo la soluzione di questioni tecniche o persino giuridiche e si impegnano a rispettarne le determinazioni. Tuttavia, secondo le Sezioni Unite, il vero elemento distintivo non è costituito né dall’ampiezza del mandato conferito al terzo né dalla natura tecnica o giuridica delle questioni devolute, bensì dalla presenza o meno di una rinuncia esplicita alla giurisdizione ordinaria. La Suprema Corte ricorda infatti che l’arbitrato costituisce uno “strumento di risoluzione delle controversie alternativo al ricorso alla giurisdizione ordinaria” e si caratterizza perché le parti rinunciano all’esercizio dell’azione giudiziaria devolvendo la controversia agli arbitri. Pertanto, soltanto quando vi sia una “definitiva rinunzia delle parti ad esercitare i propri diritti avanti al giudice ordinario” la clausola può assumere natura compromissoria e configurare un arbitrato irrituale ai sensi dell’art. 808-ter c.p.c..
In mancanza di una simile rinuncia, invece, la perizia contrattuale conserva natura di figura negoziale atipica e meramente obbligatoria. Significativa, al riguardo, è l’affermazione secondo cui “ciò che funge da discrimine con l’istituto dell’arbitrato sta nella rinunzia alla giurisdizione ordinaria”. La Corte precisa, inoltre, che tale rinuncia deve risultare in maniera espressa ed inequivoca, non potendo essere desunta implicitamente dal semplice carattere vincolante della determinazione del perito o dall’ampiezza dei poteri attribuitigli.
Nel caso concreto, pertanto, le Sezioni Unite hanno escluso che la clausola di polizza integrasse un arbitrato irrituale, rilevando che le parti non avevano pattuito alcuna rinuncia definitiva all’azione giudiziaria.
La “perizia contrattuale pura” e la sua natura obbligatoria
Particolarmente significativa, inoltre, è la ricostruzione della c.d. “perizia contrattuale pura”. Affermano le Sezioni Unite che “la questione della natura di una simile perizia, proprio perché dipende non da una norma di legge, bensì dal particolare contenuto di una clausola negoziale e dalle finalità che la stessa intende perseguire, non si presta a essere definita in termini generali e assoluti, ma è necessariamente correlata alle caratteristiche della pattuizione che i contraenti hanno inteso perfezionare e di volta in volta viene in rilievo”.
Secondo le Sezioni Unite, tale figura non sostituisce il ricorso al giudice e, conseguentemente, non determina improponibilità della domanda giudiziale e non rende inesigibile il credito. Essa costituisce invece uno strumento negoziale attraverso il quale le parti si obbligano a demandare ad un terzo la soluzione tecnica di una parte della controversia, allo scopo di favorire la definizione del rapporto contrattuale o la composizione del contrasto esistente.
La Corte definisce infatti la perizia contrattuale come “uno strumento contrattuale finalizzato ad individuare, attraverso l’intervento di un perito terzo, una soluzione a una porzione di una (esistente o possibile) controversia”.
Ne consegue che la parte che agisce direttamente in giudizio senza attendere l’espletamento della procedura non incorre in una improponibilità della domanda o in un difetto di giurisdizione, ma può eventualmente esporsi alle conseguenze derivanti dall’inadempimento dell’obbligazione contrattuale assunta. In questo senso, la Suprema Corte afferma espressamente che “la perizia contrattuale pura ha natura meramente obbligatoria e non preclude a ciascuna delle parti la possibilità di introdurre un’azione giudiziaria”.
Con tale affermazione le Sezioni Unite prendono chiaramente le distanze da quell’orientamento giurisprudenziale che aveva assimilato la perizia contrattuale all’arbitrato libero, ritenendo che essa comportasse una sorta di temporanea rinuncia alla tutela giurisdizionale.
Gli effetti della “chiamata” della perizia sulla prescrizione
Ad ogni modo, la parte più innovativa della pronuncia riguarda il tema della prescrizione.
La Corte esclude anzitutto che l’attivazione della procedura peritale produca una sospensione della prescrizione in senso tecnico, poiché la perizia contrattuale pura non determina né improponibilità della domanda né inesigibilità del credito. Tuttavia, la Suprema Corte ritiene che l’attivazione della procedura produca un effetto interruttivo peculiare e continuativo, destinato a protrarsi per tutta la durata delle operazioni peritali.
Le Sezioni Unite osservano infatti che la “chiamata” della perizia dà luogo ad “un procedimento che si sviluppa in una protratta e continua serie di operazioni” e che tale attività risulta incompatibile con quella situazione di inerzia del titolare del diritto che, ai sensi dell’art. 2934 c..c., costituisce il fondamento stesso della prescrizione.
Per questa ragione, la Corte afferma che “viene, in definitiva, a configurarsi, in ragione della dinamica del procedimento in atto, un esercizio del diritto de die in diem” e che, pertanto, l’effetto interruttivo inizialmente prodotto dalla “chiamata” si riproduce per tutta la durata della procedura.
La soluzione adottata viene giustificata anche alla luce dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto, posto che sarebbe contrario a tali principi consentire ad una parte di partecipare alle operazioni peritali e, nel contempo, far maturare la prescrizione del diritto vantato dalla controparte.
Applicando tali principi al caso concreto, le Sezioni Unite hanno rilevato che la rapina era stata tempestivamente denunciata e che la prima procedura peritale si era conclusa soltanto nel settembre 2015; di conseguenza, il termine biennale di prescrizione non poteva ritenersi decorso quando, nel marzo 2017, era stata effettuata una nuova “chiamata” della perizia contrattuale.
I principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite
La sentenza si conclude con l’enunciazione di articolati principi di diritto nei quali la Corte chiarisce che la perizia contrattuale può assumere natura di arbitrato irrituale soltanto ove vi sia una espressa rinuncia alla giurisdizione ordinaria, mentre, in mancanza di tale rinuncia, essa costituisce una figura negoziale atipica e meramente obbligatoria, che non impedisce l’introduzione dell’azione giudiziaria.
Le Sezioni Unite affermano inoltre che la “chiamata” della perizia produce un effetto interruttivo della prescrizione operante “de die in diem” per tutta la durata della procedura, sino alla sua definizione, ovvero alla scadenza del termine previsto contrattualmente.
Cass. ord. n. 10769/2026
Il caso
Nel caso in esame la paziente aveva agito nei confronti della struttura sanitaria deducendo di aver subito, a seguito dell’impianto e della successiva rottura di protesi mammarie in silicone, un danno non patrimoniale non solo di natura fisica (formazione di ‘siliconomi’), ma anche psichica, lamentando l’insorgenza di un grave stato ansioso e depressivo connesso al timore di sviluppare ulteriori patologie.
Sia il Tribunale che la Corte d’appello avevano tuttavia escluso la sussistenza del nesso causale tra la rottura delle protesi e il danno psichico lamentato, valorizzando le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio.
La decisione della Cassazione
La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha innanzitutto ribadito i rigorosi limiti entro i quali può essere denunciato il vizio di cui all’art. 360, n. 5, c.p.c., precisando che esso riguarda esclusivamente “l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario”, e non può estendersi a “argomentazioni, supposizioni o deduzioni difensive” né ad una diversa lettura del materiale istruttorio. Nel merito, la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione della Corte territoriale, la quale aveva fondato il proprio convincimento su una CTU ritenuta attendibile perché basata su “dati obiettivi certi”, evidenziando, in particolare, la mancanza di riscontri documentali circa la sussistenza di una patologia psichiatrica causalmente riconducibile alla vicenda sanitaria. In tal senso, è stato valorizzato il fatto che la paziente presentasse già in precedenza problematiche psichiche, che non vi fosse alcuna documentazione clinica attestante una patologia psichiatrica successiva alla rottura della protesi e che, peraltro, la stessa ricorrente, in sede peritale, non avesse dichiarato “di avere in atto alcuna patologia psichiatrica né di assumere terapia farmacologica”.
Alla luce di tali elementi, la Corte ha condiviso la conclusione del giudice di merito secondo cui “la appellante non è riuscita a fornire materiale probatorio che potesse far risultare la esistenza di un valido nesso causale tra le sue patologie psichiche e la rottura della protesi”, escludendo quindi la risarcibilità del danno lamentato.
Infine, la Cassazione ha ribadito che la rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non costituisce un obbligo, anche a fronte di una specifica richiesta di parte.
L’istanza ex art. 89 c.p.c.: cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive
Sebbene si tratti di un profilo marginale rispetto al merito della controversia, la pronuncia offre un interessante spunto in tema di correttezza del linguaggio processuale.
La Corte ha infatti esaminato l’istanza proposta dalla parte controricorrente ai sensi dell’art. 89 c.p.c., norma che – come noto – vieta alle parti e ai difensori di utilizzare negli atti difensivi “espressioni sconvenienti od offensive”, attribuendo al giudice il potere di ordinarne la cancellazione anche d’ufficio.
Richiamando un orientamento consolidato, la Cassazione ha in primo luogo ribadito che tale potere può essere esercitato anche nel giudizio di legittimità, trattandosi di un potere officioso volto a garantire il corretto svolgimento del processo.
Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che le espressioni utilizzate dalla parte ricorrente – in particolare il termine “clandestina” e la locuzione “(ed anzi clandestinamente)” – fossero non solo sconvenienti, ma anche offensive, in quanto “in contrasto con le esigenze dell’ambiente processuale”, “ultronee rispetto alle ragioni della difesa” e, soprattutto “lesive della persona del controricorrente e del suo difensore”.
Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto l’istanza e disposto la cancellazione delle predette espressioni dal ricorso.
Conclusioni
La pronuncia si segnala, da un lato, per il rigore con cui viene ribadita la necessità di una prova effettiva del nesso causale in materia di danno psichico, non essendo sufficiente la mera allegazione di uno stato di sofferenza soggettiva; dall’altro, per il richiamo al rispetto dei canoni di correttezza e continenza nel linguaggio processuale, la cui violazione può condurre alla cancellazione delle espressioni offensive anche in sede di legittimità nonché assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno.